La formazione per attività in ambienti sospetti di inquinamento o confinati

I soggetti formatori sviluppano proposte molto variegate per gli ambienti sospetti di inquinamento o confinati. E le differenze spesso non riguardano solo la durata (8, 12 o 16 ore sono le opzioni più diffuse), ma anche le differenze dei percorsi di formazione a seconda del ruolo specifico (addetti all'esecuzione dell'attività, RSPP, datore di lavoro, Coordinatori Sicurezza, rappresentante del datore di lavoro committente).

Non è mio interesse in questo momento ricostruire il contenuto della normativa di riferimento per individuare quale sia la definizione di ambienti sospetti di inquinamento o confinati e quali siano i requisiti per eseguire attività al loro interno introdotti dal DPR 177/2011Regolamento recante norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinanti, a norma dell’articolo 6, comma 8, lettera g), del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81“.

Piuttosto mi interessa sottolineare come la formazione richiesta per i soggetti coinvolti nell’esecuzione delle attività in questi ambienti risulti a oggi priva di un riferimento univoco in termini di durata, contenuti e frequenza di aggiornamento, con la conseguenza che i soggetti formatori sviluppano proposte molto variegate tra le quali i non addetti ai lavori faticano a orientarsi. E le differenze spesso non riguardano solo la durata (8, 12 o 16 ore sono le opzioni più diffuse), ma anche le differenze dei percorsi di formazione a seconda del ruolo specifico (addetti all’esecuzione dell’attività, RSPP, datore di lavoro, Coordinatori Sicurezza, rappresentante del datore di lavoro committente).

La formazione richiesta per i soggetti coinvolti nell'esecuzione delle attività in questi ambienti risulti a oggi priva di un riferimento univoco in termini di durata, contenuti e frequenza di aggiornamento.

In attesa dell’accordo Stato- Regioni che l’art. 2, comma 1, lettera d) del DPR 177/2011 aveva previsto venisse emanato entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto (23.11.2011) per definire “i contenuti e le modalità della formazione“, non resta che affidarsi al proprio formatore/ ente di formazione di fiducia per individuare il percorso che meglio risponda alla tipologia specifica di interventi che vengono svolti dall’impresa o dal lavoratore autonomo, in termini di durata e frequenza di aggiornamento.

Ma ci sono indicazioni istituzionali?

Uno dei riferimenti a mio avviso più strutturati e completi sul tema della gestione delle attività in ambienti sospetti di inquinamento o confinati sono “Le linee di indirizzo” del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (versione aggiornata a gennaio 2020).

Il grande pregio di questo documento è la trattazione strutturata di tutti gli aspetti di gestione dell’attività, partendo dai requisiti del testo di legge di riferimento, il DPR 177/2011, fino a una sintesi ragionata di pubblicazioni istituzionali e norme tecniche.

In attesa di specifico accordo Stato- Regioni, non resta che affidarsi al proprio formatore/ ente di formazione di fiducia per individuare il percorso che meglio risponda alla tipologia specifica di interventi che vengono svolti dall'impresa o dal lavoratore autonomo, in termini di durata e frequenza di aggiornamento.

Tra gli aspetti analizzati, ovviamente, non manca quello relativo a formazione, informazione e addestramento di tutti i soggetti coinvolti nella gestione di tale attività. La conclusione alla quale arriva il documento non è diversa da quella dominante: mancano indicazioni univoche e si attende l’emanazione di specifico accordo Stato- Regioni.

Nell’analisi dell’argomento specifico, però, il documento raccoglie possibili spunti da utilizzare per progettare la formazione e, in merito alla questione della durata dei corsi, a conclusione del capitolo “Organizzazione e metodologia” di pagina 17, afferma:

La maggior parte dei documenti tecnici di riferimento emessi dagli enti istituzionali fornisce indicazione di durata minima del percorso di formazione e addestramento in ambito ambienti confinati pari a 16 ore.

E aggiungo che, il quaderno tecnico predisposto dal Dipartimento Medico di Prevenzione della ASL di Milano per EXPO 2015, citato anche dalle linee di indirizzo del Consiglio Nazionale degli ingegneri (CNI), parla di durata minima di 16 ore

In riferimento alla frequenza di aggiornamento, e linee di indirizzo del CNI richiamano quale "fondamento normativo" il  comma 6 dell’art. 37 del D.Lgs. n.81/2008 e, a seguire,  l'Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 con l'indicazione dell'aggiornamento quinquennale, che, in pratica, viene utilizzato come riferimento nei casi in cui il legislatore non abbia esplicitato la relativa frequenza di aggiornamento.

Concludo con un riferimento alla frequenza di aggiornamento, elemento ancor più evanescente degli altri per questo tipo di formazione, al punto che sono davvero pochi i soggetti formatori che prevedono a catalogo il corso di aggiornamento per ambienti sospetti di inquinamento o confinati. In merito a questo aspetto, le linee di indirizzo del CNI richiamano quale “fondamento normativo” il comma 6 dell’art. 37 del D.Lgs. n.81/2008 e, a seguire, l’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 con l’indicazione dell’aggiornamento quinquennale, che, in pratica, viene utilizzato come riferimento nei casi in cui il legislatore non abbia esplicitato la relativa frequenza di aggiornamento.

La formazione obbligatoria per i lavoratori autonomi

Artigiani o lavoratori autonomi sono soggetti a obblighi di legge diversi dalle imprese per quanto riguarda la salute e la sicurezza sul lavoro, ossia godono di alcune semplificazioni. Questo aspetto si applica anche alla formazione. Ecco quali sono i corsi sicurezza obbligatori per gli artigiani.

La norma li chiama lavoratori autonomi, in gergo li si chiama artigiani, i commercialisti li chiamano partite iva (liberi professionisti) e ditte individuali senza dipendenti. Quale che sia il nome che preferite, la sostanza è che questi soggetti devono sottostare a obblighi di legge diversi dalle imprese per quanto riguarda la salute e la sicurezza sul lavoro, ossia godono di alcune semplificazioni. Questo aspetto si applica anche alla formazione. Ecco quali sono i riferimenti di legge e gli aspetti operativi da verificare per individuare i corsi sicurezza obbligatori per i lavoratori autonomi.

Gli obblighi generali

L’articolo 3 (campo di applicazione), comma 11, del Testo Unico Sicurezza prevede che:

Nei confronti dei lavoratori autonomi […] si applicano le disposizioni di cui agli articoli 21 e 26.

L’articolo 21 stabilisce che le ditte individuali senza dipendenti debbano:

  1. utilizzare le attrezzature di lavoro in conformità alle disposizioni del Titolo III;
  2. munirsi di dispositivi di protezione individuale e utilizzarli conformemente alle disposizioni del Titolo III;
  3. munirsi di apposita tessera di riconoscimento se svolgono la loro prestazione in un luogo di lavoro nel quale si svolgano attività in regime di appalto o subappalto.
Relativamente ai rischi propri delle attività svolte e con oneri a proprio carico, gli artigiani hanno facoltà (quindi non sussiste un obbligo) di beneficiare della sorveglianza sanitaria e di partecipare a corsi di formazione specifici in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Lo stesso articolo di legge precisa che, relativamente ai rischi propri delle attività svolte e con oneri a proprio carico, gli artigiani hanno facoltà (quindi non sussiste un obbligo) di:
a) beneficiare della sorveglianza sanitaria;
b) partecipare a corsi di formazione specifici in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

L’eccezione al carattere facoltativo è quella in cui disposizioni speciali contengano previsioni differenti.

L’articolo 26 riguardava invece il coordinamento nell’ambito dei contratti d’appalto o d’opera o di somministrazione e non è quindi rilevante per determinare quale sia la formazione obbligatoria per i lavoratori autonomi.

La “vecchia” interpretazione

Poiché l’Allegato XVII prevede che, nell’ambito dei cantieri temporanei e/o mobili, il committente o l’impresa subappaltante, verifichino l’idoneità tecnico- professionale dei lavoratori autonomi richiedendo, tra l’altro, gli attestati di formazione e l’idoneità sanitaria dal Testo Unico Sicurezza, si era diffusa l’idea che la formazione sicurezza e la sorveglianza sanitaria fossero un obbligo a carico dei lavoratori autonomi.

Poiché l'Allegato XVII prevede che, nell'ambito dei cantieri temporanei e/o mobili, il committente o l'impresa subappaltante, verifichino l'idoneità tecnico- professionale dei lavoratori autonomi richiedendo, tra l'altro, gli attestati di formazione e l'idoneità sanitaria dal Testo Unico Sicurezza, si era diffusa l'idea che la formazione sicurezza e la sorveglianza sanitaria fossero un obbligo a carico degli artigiani.

In merito si è però espressa la Commissione per gli interpelli con l’Interpello n.7/2013 che ha sottolineato che, non solo tale interpretazione era stata superata dalle modifiche introdotte all’Allegato XVII dal D. L.vo 106/2009, ma che l’Accordo Stato Regioni del 25 luglio 2012 ha espressamente precisato che le previsioni di formazione del Testo Unico Sicurezza non sono un obbligo a carico dei lavoratori autonomi salvo gli “obblighi previsti da norme speciali.

Esistono obblighi imposti da norme speciali? Sì!

L’Accordo Stato Regioni del 27 luglio 2012 aveva precisato che non si applica ai lavoratori autonomi l’obbligo di formazione previsto dall’art. 37, e disciplinato dall’Accordo Stato- Regioni del 21 dicembre 2011, e che le indicazioni di quest’ultimo Accordo potevano costituire un “utile parametro di riferimento” nel caso in cui gli stessi avessero deciso di procedere alla formazione “base” pur non sussistendo nei loro confronti un obbligo in tal senso.

Allo stesso tempo l’Accordo aveva ribadito che altre disposizioni di legge avrebbero potuto imporre obblighi specifici per i lavoratori autonomi, citando quale esempio il D. L.vo 177/2011, che disciplina l’operatività in spazi confinati e/o sospetti d’inquinamento, rendendo quindi evidente che gli artigiani che dovessero svolgere tale tipo di attività dovrebbero soddisfare i requisiti di formazione previsto dal decreto.

Altra disposizione di legge che prevede specificamente un obbligo di formazione per gli artigiani è l'Accordo Stato- Regioni del 22 febbraio 2012 " concernente l’individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori.

Altra disposizione di legge che prevede specificamente un obbligo di formazione per gli artigiani è l’Accordo Stato Regioni del 22 febbraio 2012concernente l’individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione“, il quale precisa l’applicabilità anche ai soggetti di cui all’art. 21 del Testo Unico Sicurezza, tra i quali ricadono appunto i lavoratori autonomi.

Ponteggi, posizionamento mediante funi e amianto: formazione obbligatoria per i lavoratori autonomi?

Il Testo Unico Sicurezza prevede una formazione aggiuntiva per i lavoratori addetti alle attività di montaggio, smontaggio e trasformazione ponteggi e per coloro che siano esposti o potenzialmente esposti a polveri di amianto. L’obbligo è posto a carico del datore di lavoro e si applica ai lavoratori, pertanto non è presente un riferimento esplicito ai lavoratori autonomi.

Il Testo Unico Sicurezza prevede una formazione aggiuntiva per i lavoratori addetti alle attività di montaggio, smontaggio e trasformazione ponteggi e per coloro che siano esposti o potenzialmente esposti a polveri di amianto. L'obbligo è posto a carico del datore di lavoro e si applica ai lavoratori, pertanto non è presente un riferimento esplicito ai lavoratori autonomi.

Il mancato riferimento agli artigiani risulta dettato da ragioni tecniche, ossia dal fatto che non è tecnicamente praticabile la gestione di queste tre tipologie di attività da parte di un lavoratore autonomo, se non in sinergia con altri artigiani o con un’impresa. In quest’ultimo caso verrebbero però meno le due condizioni previste dal codice civile perché un’attività si possa configurare come contratto d’opera in capo a una singola persona, ossia il fatto che il lavoro sia prevalentemente proprio e senza vincoli di subordinazione verso il proprio committente. A questo si aggiungerebbe la difficoltà oggettiva di gestire i rischi interferenziali tra i vari soggetti coinvolti. In altri termini il legislatore non prevede un obbligo specifico, ritenendo irrealistico che un artigiano svolga tali attività.

Qual è la scadenza del corso antincendio?

Il Decreto 10 marzo 1998 ha la “curiosa” caratteristica di definire i contenuti minimi dei corsi di formazione per addetti alla prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione delle emergenze in caso di incendio ma di non preoccuparsi di definirne la scadenza.

I lavoratori incaricati dell’attività di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave ed immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione dell’emergenza devono ricevere un’adeguata e specifica formazione e un aggiornamento periodico” recita il comma 9 dell’art. 37 del D. L.vo 81/08 e ss.mm.ii., concludendo che, in attesa di novità normative in materia, la disciplina della formazione per gli addetti all’antincendio continua a essere quella definita dal Decreto 10 marzo 1998.

Il decreto, ormai noto e ampiamente attuato, ha la “curiosa” caratteristica di definire (Allegato IX) i contenuti minimi dei corsi di formazione per addetti alla prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione delle emergenze in caso di incendio in funzione del livello di rischio (basso, medio o elevato) dell’attività, ma di non preoccuparsi di definirne la frequenza dell’aggiornamento, che è di fatto un obbligo di legge a carico del datore di lavoro.

Quindi, qual è la scadenza del corso antincendio?

Qual è la scadenza del corso antincendio? In attesa di un'indicazione univoca da parte del legislatore, si possono sostenere 3 diverse posizioni.

In attesa di un’indicazione univoca da parte del legislatore, si possono sostenere 3 diverse posizioni:

  1. la più creativa dice che, visto che la frequenza di aggiornamento non è definita, si può definire liberamente la scadenza del corso antincendio in, diciamo, 10, 15 o 20 anni… Serve che dica che a me questa teoria non piace per niente?
  2. la più stringente si muove per analogia con l’aggiornamento della formazione di primo soccorso, quindi considera una scadenza triennale, appoggiandosi a una nota del 2012 del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Forlì- Cesena, poi adottata dal Dipartimento Regionale Emilia Romagna;
  3. la mezza via è quella di considerare l’aggiornamento quinquennale, per analogia con la restante formazione sicurezza (ex. specifica, aggiuntiva per preposti, dirigenti, RSPP, attrezzature), visto che il legislatore si è mosso in questa direzione anche per quanto riguarda la formazione della segnaletica e che da più di un anno si vocifera di una bozza di nuovo decreto antincendio che prevederebbe esplicitamente questo termine.

La bozza del nuovo decreto antincendio

La notizia ha iniziato a circolare a fine 2018: il "nuovo decreto antincendio" era in fase di emanazione, a inizio 2019 si diceva fosse oramai stato approvato in bozza.  A oggi non ci sono notizie di emanazione.

La notizia ha iniziato a circolare a fine 2018: il “nuovo decreto antincendio” era in fase di emanazione, a inizio 2019 si diceva fosse oramai stato approvato in bozza. Tra le novità previste, quella della definizione della frequenza di aggiornamento del corso per addetti all’antincendio che sarebbe stata fissata a 5 anni.

La bozza di decreto però è rimasta tale, cioè a oggi non ci sono notizie di emanazione della nuova norma. Anche se capita che Coordinatori per la Sicurezza e uffici incaricati della qualifica delle imprese sollecitino gli attestati di aggiornamento “come previsto dal decreto”, e trasmettano a sostegno della loro richiesta scocciata il testo di quella bozza, convinti che si tratti di normativa vigente.

In pratica, che cosa fare?

L'interpretazione della scadenza triennale del corso antincendio è comunque a oggi la più diffusa, ed è anche l'unica a trovare riscontro in un documento vigente, anche se di carattere non vincolante per i datori di lavoro.

Sicuramente è cosa buona e giusta scartare la teoria dell’anarchia. Tra la strada della scadenza triennale e quella della scadenza quinquennale, invece, si tratta di scegliere quale corrente di pensiero adottare e di portarla avanti con coerenza.

L’interpretazione della scadenza triennale del corso antincendio è comunque a oggi la più diffusa, ed è anche l’unica a trovare riscontro in un documento vigente, anche se di carattere non vincolante per i datori di lavoro (le circolari hanno infatti come destinatari gli enti, ai quali forniscono indirizzi per un’applicazione omogenea della normativa e dei controlli a livello territoriale).

La nota del 2011 dei Vigili del fuoco

Al mistero della scadenza del corso antincendio ha contributo anche una nota del 2011 che, sorvolando sulla questione della frequenza di aggiornamento dei corsi, ha invece fornito indicazioni in merito a durata e contenuti dei corsi di aggiornamento.

Al mistero della scadenza del corso antincendio ha contributo anche una nota del 2011 del Dipartimento dei Vigili del Fuoco – Direzione Centrale della Formazione (protocollo n. 5987 del 23 febbraio 2011) che, sorvolando sulla questione della frequenza di aggiornamento dei corsi, ha invece fornito indicazioni in merito a durata e contenuti dei corsi di aggiornamento per addetti all’emergenza incendio, mantenendo la distinzione in funzione del livello di rischio. Per conoscerne i dettagli, puoi scaricarla QUI.

L’Accordo Stato Regioni del 2016

Si tratta dell“Accordo tra Governo, Regioni e Province autonome di Trento e di Bolzano finalizzato all’individuazione della durata e dei contenuti minimi dei percorsi formativi per i Responsabili e gli Addetti dei Servizi di Prevenzione e Protezione, ai sensi dell’art. 32 del D.Lgs. 81/08 e ss.mm.ii.”.

Oltre a delineare le novità della formazione per RSPP e ASPP, l’Accordo riporta nell’Allegato V una tabella riassuntiva dei criteri della formazione rivolta ai soggetti con ruoli in materia di prevenzione, dettagliando i requisiti di corsi base e aggiornamenti, riportando, in relazione all’aggiornamento della formazione antincendio, che il Decreto 10 marzo 1998 non prevede una frequenza di aggiornamento.

C'è chi ha interpretato l'Accordo Stato Regioni del 2016 come la definitiva messa al bando di ogni esigenza di aggiornamento della formazione antincendio, rappresentando l'Accordo Stato Regioni una disposizioni di legge successiva al Testo Unico Sicurezza e alla nota del 2012 dei Vigili del Fuoco

C’è chi ha interpretato questo dettaglio come la definitiva messa al bando di ogni esigenza di aggiornamento della formazione antincendio, rappresentando l’Accordo Stato Regioni una disposizioni di legge successiva al Testo Unico Sicurezza e alla nota del 2012 dei Vigili del Fuoco.

Si tratta però di un’interpretazione forzata, nella misura in cui l’Accordo in questione si limita a riassumere le norme vigenti, mettendo in luce il fatto che l’allegato IX del Decreto del 1998 non preveda indicazioni in merito all’aggiornamento del corso antincendio, e non definisce in modo chiaro ed esplicito una modifica dell’obbligo previsto dal Testo Unico Sicurezza.

In altre parole, non condivido la posizione di chi sostiene che l’Accordo Stato Regioni del 2016 ha ufficialmente risolto l’incertezza della questione a favore di un secco “non bisogna aggiornare nulla”.

Le attività soggette a CPI

C'è chi ha avuto esperienza di Comandi Provinciali che applicano la nota del 2012 come un obbligo effettivo e, quindi, richiedono ai titolari delle attività soggette a Certificato Prevenzione Incendi un aggiornamento triennale della formazione antincendio, e c'è chi, invece, ha avuto esperienza di Comandi Provinciali che assumono un atteggiamento meno stringente, facendosi più promotori che controllori dell'aggiornamento periodico della formazione specifica.

In merito a questo aspetto si hanno esperienze diverse tra consulenti: c’è chi ha avuto esperienza di Comandi Provinciali che applicano la nota del 2012 come un obbligo effettivo e, quindi, richiedono ai titolari delle attività soggette a Certificato Prevenzione Incendi (D.P.R. 151/11) un aggiornamento triennale della formazione antincendio, e c’è chi, invece, ha avuto esperienza di Comandi Provinciali che assumono un atteggiamento meno stringente (quindi nessuna applicazione di sanzioni), facendosi più promotori che controllori dell’aggiornamento periodico della formazione specifica.

Se l’atteggiamento sembra legato a linee di condotta differenti dei Comandi Provinciali, in ogni caso resta un’indicazione importante per ragionare in modo consapevole sulla modalità di definizione dell’aggiornamento del corso antincendio.


[Articolo aggiornato in data 16.02.2020, dopo un intenso scambio di opinioni in gruppi Facebook che affrontano argomenti relativi alla salute e alla sicurezza sul lavoro: alla faccia di chi sostiene che la gestione dell’aggiornamento antincendio sia chiara e definita.]

Verifica delle competenze ed efficacia della formazione

verificare le competenze non equivale ad accertare l'efficacia della formazione.

Formare, formare, formare!“, questo l’imperativo della salute e sicurezza sul lavoro che nasce dall’idea, condivisibile, che chi più sa meno sbaglia. Eppure sapere, quindi avere conoscenze e competenze, non sempre equivale a fare, ossia mettere in atto i comportamenti e le soluzioni richieste o conformi a quanto appreso. Detto in altre parole, verificare le competenze non equivale ad accertare l’efficacia della formazione.

Ma perché preoccuparsene? È un obbligo di legge?

La verifica delle competenze

La formazione è concepita dal legislatore come lo strumento attraverso il quale i lavoratori acquisiscono “le conoscenze e competenze necessarie in materia di salute e sicurezza sul lavoro” (art. 37, comma 13).

Per chi avesse italicamente pensato di risolvere la questione in modo solo formale, il legislatore ha esplicitato tramite gli Accordi Stato- Regioni che i percorsi formativi si devono concludere con una prova di verifica obbligatoria, orale o scritta (colloquio o test), “finalizzata a verificare le conoscenze relative alla normativa vigente e le competenze tecnico- professionali acquisite in base ai contenuti del percorso formativo” (Accordo Stato Regioni del 21/12/2011). Cioè al legislatore non interessa tanto l’attestato, che è comunque un documento obbligatorio di registrazione della formazione, quanto che chi è stato formato abbia imparato quel che doveva.

Per chi avesse italicamente pensato di risolvere la questione della formazione in modo solo formale, il legislatore ha esplicitato tramite gli Accordi Stato- Regioni che i percorsi formativi si devono concludere con una prova di verifica obbligatoria, orale o scritta (colloquio o test), "finalizzata a verificare le conoscenze relative alla normativa vigente e le competenze tecnico- professionali acquisite in base ai contenuti del percorso formativo" (Accordo Stato Regioni del 21/12/2011).

Quindi la verifica delle competenze, che deve essere effettuata al termine del percorso di formazione attraverso un colloquio o un test scritto, è un obbligo di legge ed è lo strumento con cui si verifica che i lavoratori abbiano imparato la teoria.

Sapere e saper fare

L’idea che sapere non equivalga a saper fare è chiara già nel Testo Unico della sicurezza, che accompagna l’attività di formazione con quella di addestramento e ne prevede anche la definizione (art. 2, comma 1, lettera cc)).

La verifica dell’efficacia della formazione

Sono stati i sistemi di gestione prima e l’INAIL poi, tramite l’OT24 ora OT23, a far sorgere il problema dell’efficacia della formazione, concetto che supera la differenza tra sapere e saper fare e introduce la differenza tra sapere (teorico e pratico) e la sua attuazione effettiva e conforme.

INAIL di fatto risolve la questione proponendo la ripetizione del test di verifica delle competenze a distanza di almeno 2 mesi dalla chiusura del corso di formazione quale strumento di verifica dell’efficacia. Come a dire che se ti ricordi la teoria dopo un certo periodo di tempo, allora conosci la materia e sai come comportarti. A questa conclusione si arriva analizzando l’intervento C-7:

L’azienda con meno di 50 lavoratori ha adottato o mantenuto una procedura per la verifica dell’efficacia della formazione, in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che comprenda test di verifica in forma scritta sia al termine di ciascun intervento formativo sia successivamente secondo una tempistica prestabilita dalla procedura in modo tale che la verifica successiva sia svolta non prima di 2 mesi rispetto alla verifica di fine corso“.

Nell'ambito dei sistemi di gestione (non solo quelli per la salute e la sicurezza), l'efficacia della formazione viene osservata da un altro punto di vista rispetto a quello di INAIL, partendo dal presupposto che una formazione è efficace se ha come risultato comportamenti adeguati dei lavoratori.

Nell’ambito dei sistemi di gestione (non solo quelli per la salute e la sicurezza), invece, la questione viene osservata da un altro punto di vista, partendo dal presupposto che una formazione è efficace se ha come risultato comportamenti adeguati dei lavoratori. Quindi non conta soltanto ricordarsi quel che i corsi hanno insegnato, ma anche che gli insegnamenti vengano messi in pratica.

La differenza tra l’approccio di INAIL e quello dei sistemi di gestione non è un dettaglio trascurabile, in quanto si traduce in attenzioni e azioni diverse. Nel primo caso si parte del presupposto che un lavoratore che sa poi fa, quindi se un lavoratore, sottoposto a nuovo test di verifica delle competenze, non lo supera, lo si deve sottoporre a una nuova azione formativa, a prescindere dall’adeguatezza della sua operatività. Nel secondo caso, invece, ci si ritiene che la priorità siano i comportamenti adeguati e si considera l’ipotesi che comportamenti non adeguati di un lavoratore possano essere determinati non solo da insufficienza o inadeguatezza delle sue competenze.

In pratica la verifica dell’efficacia della formazione sicurezza nell’ambito dei sistemi di gestione prevede di effettuare delle verifiche sul campo e di indagare la causa di eventuali anomalie: e se al lavoratore non venissero messe a disposizione le attrezzature adeguate per mettere in atto quanto ha imparato? E se il lavoratore conoscesse la teoria ma avesse fatto propri i principi su cui questa si basa? Del resto la sicurezza non è fatta solo di formazione, ma anche di organizzazione e di cultura.

La tutela della vita umana è un obiettivo ambizioso e l'ambizione richiede impegno.

L’approccio di INAlL ha il grande vantaggio dell’univocità, quindi riduce i tempi decisionali e fornisce una soluzione certa al problema, anche se non sono certa sia la più… efficace! Sul versante opposto l’approccio dei sistemi di gestione, che sottolinea l’importanza di una costante “dedizione alla causa”. L’osservazione che questo approccio richiede molto più tempo e risorse potrebbe essere un pregiudizio o persino una scusa: se non fossero tempo e risorse a mancare, ma solo la volontà? La tutela della vita umana è un obiettivo ambizioso e l’ambizione richiede impegno.

Cosa significa rilevare le esigenze formative e come farlo

Rilevare le esigenze formative significa individuare i percorsi di formazione e addestramento necessari per garantire la competenza di una data persona nello svolgimento della sua attività e per mantenerla nel tempo. Ecco qualche consiglio su come fare.

La rilevazione delle esigenze formative è diventato il ritornello di molti, consulenti e organismi di controllo. La convinzione alla base di questa insistenza è che una persona formata sappia svolgere la propria attività in modo consapevole e responsabile, il che, soprattutto quando si parla di salute e sicurezza sul lavoro, significa che sa prevenire ogni possibile conseguenza negativa. In realtà formazione e consapevolezza non sono sinonimi, ma la prima è indubbiamente una via per poter raggiungere la seconda.

Che cosa significa rilevare le esigenze formative?

Significa individuare i percorsi di formazione e addestramento necessari per garantire la competenza di una data persona nello svolgimento della sua attività e per mantenerla nel tempo.

Significa quindi:

  • conoscere la formazione di cui sono in possesso i candidati/lavoratori;
  • individuare gli obblighi di legge che si applicano alla mansione specifica in termini di tipologia di corsi (ex. un diploma professionale, il cosiddetto patentino frigoristi o la comune formazione generale e specifica in materia di salute e sicurezza sul lavoro) e relativa frequenza di aggiornamento (triennale? Quinquennale? Non sono previsti obblighi di aggiornamento?);
  • individuare eventuali obblighi aggiuntivi definiti dall’azienda (ex. un’impresa può definire durata e frequenza di aggiornamento dei corsi di formazione più stringenti di quelli di legge ma, soprattutto, lo può fare nei casi in cui la normativa non definisce obblighi specifici o non fornisce indicazioni in merito);
  • verificare la corrispondenza tra la formazione dei candidati/ lavoratori e i requisiti di legge, tenendo conto anche della frequenza di aggiornamento prevista per legge;
  • definire un programma di formazione, quindi un documento che definisca quale personale deve frequentare un dato corso entro una scadenza definita.
Per rilevare le esigenze formative bisogna seguire solo 3 regole: archiviare la documentazione;
tenere sotto controllo le scadenze; mettere nero su bianco la programmazione dei corsi.

Come farlo?

Si devono seguire solo 3 regole:

  1. archiviare la documentazione che prova di quale formazione sia in possesso un dato lavoratore;
  2. tenere sotto controllo le scadenze;
  3. mettere nero su bianco la programmazione dei corsi da effettuare.

Il modo più efficace di archiviazione della documentazione di formazione prevede di procedere per singolo lavoratore, suddividendo la stessa per tipologia di corso e in ordine cronologico. Questo metodo richiede più impegno in fase iniziale, rispetto a una scansione cumulativa per tipologia di corso o solo per lavoratore, ma semplifica la consultazione da parte dell’azienda e anche di soggetti esterni (ex. i coordinatori per la sicurezza nei cantieri edili, gli organismi di controllo, i consulenti).

Non esiste un metodo infallibile e universale per gestire le scadenze. Tutto dipende dal numero di scadenze da monitorare e dalle preferenze di chi le deve tenere sotto controllo. Per esperienza posso dire che l’automatismo della gestione aumenta con la dimensione aziendale, così le piccole realtà tendono a usare carta e penna e, di anno in anno, riportano le scadenze sul calendario da scrivania; le realtà di medie dimensioni iniziano a caricare i dati su file Excel che consultano periodicamente; le realtà più grandi sfruttano gestionali aziendali o piattaforme online predisposte allo scopo, che possono anche inviare mail di avviso delle scadenze. Il mio consiglio è di partire da subito con uno strumento che sia facilmente migliorabile, quindi salterei la versione su carta e partirei direttamente da una versione informatizzata.

Non esiste un metodo infallibile e universale per gestire le scadenze, tutto dipende dal numero di scadenze da monitorare e dalle preferenze di chi le deve tenere sotto controllo.

Il programma di formazione, infine, deve avere alcuni elementi essenziali, ossia un elenco dei corsi a cui devono partecipare i lavoratori con associati i nominativi degli interessati, la data limite di erogazione del corso e, man mano che i corsi vengono effettuati, la data di effettiva esecuzione. Alcune imprese ritengono pratico specificare anche il soggetto presso il quale è stata fatta l’iscrizione e lo stato di avanzamento della formazione (ex. iscrizione da completare, iscrizione effettuata, data programmata). Altre lo suddividono per anno solare, per esempio predisponendo diversi fogli Excel, mentre altre procedono aggiungendo righe successive a una tabella inserita in un file di testo (Word o simili). Essenziale è conservare il documento che attesti l’avvenuta iscrizione al corso.

Tutte e tre queste attività devono essere effettuate con continuità, procedendo ad aggiornamenti continui, o comunque in funzione della variazione del personale, dell’approssimarsi delle scadenze e dell’erogazione dei corsi. La rilevazione delle esigenze formative accompagna l’attività aziendale nella sua quotidianità.

Le difficoltà e come affrontarle

Le difficoltà che si possono incontrare nella rilevazione delle esigenze formative sono essenzialmente tre:

  1. un lavoratore nuovo assunto dichiara di avere fatto un corso ma non consegna la documentazione;
  2. si dispone dell’attestato relativo all’aggiornamento di un dato corso, ma non di quello relativo al corso di formazione iniziale (ex. attestato di partecipazione al corso di aggiornamento di primo soccorso e non quello di partecipazione al corso iniziale);
  3. i soggetti che erogano la formazione e quelli che la verificano interpretano i contenuti dei corsi e gli obblighi di legge in modo diverso, con differenze a volte notevoli a livello territoriale.

Sono difficoltà oggettive che si può cercare di gestire ma che non si ha mai garanzia di risolvere positivamente.

Le difficoltà che si possono incontrare nella rilevazione delle esigenze formative sono essenzialmente tre. Sono difficoltà oggettive che si può cercare di gestire ma che non si ha mai garanzia di risolvere positivamente.

Mai accontentarsi di quanto viene dichiarato. Se quanto viene riferito non è supportato dalla documentazione necessaria (almeno un attestato di formazione con indicazione del contenuto del corso, durata e data del corso di formazione e nominativo del soggetto che l’ha tenuto) non si può considerare attendibile e si deve ripartire da zero, quindi far frequentare nuovamente il corso o il suo aggiornamento. Questo vale sia se non si riceve nessun attestato, sia se dispone dell’attestato di un corso di aggiornamento senza disporre dell’attestato di frequenza al corso iniziale. Prima di pensare al peggio, però, valutate di fare richiesta all’impresa presso la quale il lavoratore era occupato in precedenza oppure agli enti di formazione di riferimento o quelli indicati dal lavoratore stesso. A volte non si recupera l’attestato di partecipazione al corso ma una dichiarazione comprensiva di tutti i dati necessari e si ha così la prova della formazione di interesse.

La questione dell’interpretazione degli obblighi di legge prevede invece soluzioni meno standardizzabili. Il punto di partenza deve essere quello della convinzione: se si è consapevoli degli obblighi di legge e dei criteri di definizione delle frequenze di aggiornamento della formazione, allora bisogna essere disposti a sostenere e motivare la propria posizione. In questo caso un confronto diretto tra il soggetto che contesta la formazione o il suo aggiornamento e il consulente aziendale può consentire di appianare le divergenze o di individuare la soluzione operativa. Il secondo passo è quello di imparare dal confronto, dando per assodato che se più soggetti iniziano a seguire la stessa linea interpretativa, presto quella potrebbe prendere piede nel territorio e diventare una prassi riconosciuta, a prescindere da disposizioni di legge esplicite e definitive sull’argomento. In altre parole, una volta incontrato un ostacolo, valuta se non valga la pena aggiustare la tua linea interpretativa e avviare l’adeguamento della formazione aziendale.

Un approccio positivo resta la chiave del successo sul lungo termine.

Segnaletica stradale: le novità della formazione

Il 13 febbraio 2019 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto interministeriale del 22 gennaio 2019, contenente i "criteri generali di sicurezza relativi alle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare".

Il 13 febbraio 2019 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto interministeriale del 22 gennaio 2019, contenente i “criteri generali di sicurezza relativi alle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare“.

Entrato in vigore a marzo, a trenta giorni dalla pubblicazione, ha abrogato il Decreto interministeriale del 4 marzo 2013 di cui ha però mantenuto l’impianto:

  1. l’allegato 1 definisce i criteri minimi di sicurezza per la posa, il mantenimento e la rimozione della segnaletica di delimitazione e di segnalazione delle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare;
  2. l’art.3 prevede che i datori di lavoro assicurino che gli addetti all’attività di apposizione, integrazione e rimozione della segnaletica ricevano una informazione, formazione e addestramento specifici;
  3. l’allegato 2 disciplina la formazione, individuando i soggetti formatori, i requisiti dei docenti, i criteri di organizzazione dei percorsi formativi e i relativi articolazione, contenuti, metodologie didattiche e valutazione e verifica dell’apprendimento;
  4. l’art. 4 fornisce dettagli in merito ai requisiti dei dispositivi di protezione individuale, dei veicoli operativi e della segnaletica della zona di intervento (rinviando al decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti del 10 luglio 2002).
L'allegato 2 del decreto 22.01.19 disciplina la formazione, individuando i soggetti formatori, i requisiti dei docenti, i criteri di organizzazione dei percorsi formativi e i relativi articolazione, contenuti, metodologie didattiche e valutazione e verifica dell'apprendimento.

Le novità della formazione sulla segnaletica stradale

Di seguito una tabella riassuntiva delle principali differenze in merito alla disciplina della formazione prevista dai due decreti.

una tabella riassuntiva delle principali differenze in merito alla disciplina della formazione prevista dai due decreti 2013 e 2019.

Interpello n. 5/2019: validità e aggiornamento della formazione precedente

L'assenza all'interno del decreto del 22.01.2019 di riferimenti alla formazione pregressa e di indicazioni in merito alla scadenza della "vecchia" formazione rispetto alle indicazioni contenute nel decreto del gennaio 2019 ha portato in una fase iniziale a orientamenti differenti da parte dei soggetti formatori.

L’assenza all’interno del nuovo decreto di riferimenti alla formazione pregressa e di indicazioni in merito alla scadenza della “vecchia” formazione rispetto alle indicazioni contenute nel decreto del gennaio 2019 ha portato in una fase iniziale a orientamenti differenti da parte dei soggetti formatori.

La questione si è però risolta in modo definitivo a luglio 2019 grazie all’Interpello n.5/2019 della Commissione per gli interpelli in materia di salute e sicurezza sul lavoro, che fornisce un riscontro a un quesito presentato dall’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) sull’argomento.

La risposta della Commissione è chiara: “ gli attestati conseguiti precedentemente all’entrata in vigore del decreto interministeriale del 22 gennaio 2019 manterranno la loro validità fino alla scadenza prevista dalla previgente normativa“.

In sintesi:

  • la formazione erogata ai sensi del decreto del 4 marzo 2013 è valida e non richiede integrazioni/ adeguamenti al decreto del 22 gennaio 2019;
  • la sua scadenza resta però quadriennale e diverrà quinquennale solo a seguito di erogazione del corso di aggiornamento (che deve seguire le regole previste dal nuovo decreto).

Risorse gratuite

Gli otoprotettori sono DPI di III categoria

Il 21 aprile 2018 è entrato in vigore il Regolamento 2016/425 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sui dispositivi di protezione individuale (DPI). Il Regolamento ha abrogato la direttiva 89/686/CEE.

Con il nuovo Regolamento, un DPI conforme alla precedente direttiva può cambiare categoria di appartenenza. Esemplare il caso degli otoprettori (tappi e cuffie) che diventano DPI di III categoria.

La nuova definizione delle tre categorie dei DPI è contenuta nell’Allegato I del Regolamento e li distingue sulla base dei rischi da cui proteggono chi ne fa uso.

DPI di I categoria

I dispositivi che proteggono da:

  • lesioni meccaniche superficiali;
  • contatto con prodotti per la pulizia poco aggressivi o contatto prolungato con l’acqua;
  • contatto con superfici calde che non superino i 50 °C;
  • lesioni oculari dovute all’esposizione alla luce del sole (diverse dalle lesioni dovute all’osservazione del sole);
  • condizioni atmosferiche di natura non estrema.
La nuova definizione delle tre categorie dei DPI è contenuta nell'Allegato I del Regolamento 2016/425 e li distingue sulla base dei rischi da cui proteggono chi ne fa uso.

DPI di II categoria

Sono i DPI che non rientrano né nella I né nella III categoria.

DPI di III categoria

Sono i DPI che proteggono da rischi che possono causare morte o danni alla salute irreversibili e che sono connessi a

  • sostanze e miscele pericolose per la salute;
  • atmosfere con carenza di ossigeno;
  • agenti biologici nocivi;
  • radiazioni ionizzanti;
  • ambienti ad alta temperatura aventi effetti comparabili a quelli di una temperatura dell’aria di almeno 100 °C;
  • ambienti a bassa temperatura aventi effetti comparabili a quelli di una temperatura dell’aria di – 50 °C o inferiore;
  • cadute dall’alto;  
  • scosse elettriche e lavoro sotto tensione;
  • annegamento;
  • tagli da seghe a catena portatili;
  • getti ad alta pressione;
  • ferite da proiettile o da coltello;
  • rumore nocivo.
I DPI di III categoria sono quelli che proteggono da rischi che possono causare morte o danni alla salute irreversibili. Tra questi rischi è compreso il rumore nocivo.

Gli otoprotettori

L’ultimo dei casi elencati è quello che riguarda gli otoprotettori, la cui funzione è quella di proteggere i lavoratori dal rumore. La nocività di questo fattore di rischio è determinata dal livello di esposizione: secondo l’art. 193 del D. L.vo 81/08, l’utilizzo deve essere previsto a partire da un livello di esposizione giornaliera pari a 80 dB(A) o, per i rumori che presentano brusche variazioni, un valore di pressione acustica istantanea di 135 dB(C). Questi dati si ricavano dalle valutazioni dell’esposizione al rumore, parte integrante del documento di valutazione dei rischi aziendale.

Obbligo di addestramento

Il Testo Unico Sicurezza (D. L.vo 81/08 e ss.mm.ii.) impone all’art.77 comma 5 che il datore di lavoro provveda all’addestramento del personale che deve fare uso di DPI di III categoria.

L’addestramento non equivale alla formazione: addestrare significa dimostrare le modalità operative di utilizzo. Non esiste quindi un obbligo di frequenza a un corso di formazione per DPI di III categoria né una frequenza obbligatoria di aggiornamento, ma il percorso di formazione diviene la base per rendere comprensibili gli aspetti pratici. Il percorso formativo per i DPI di III categoria è quindi adeguato se comprende anche una parte pratica, operativa.

Il Testo Unico Sicurezza (D. L.vo 81/08 e ss.mm.ii.) impone all'art.77 comma 5 che il datore di lavoro provveda all'addestramento del personale che deve fare uso di DPI di III categoria, quindi anche degli otoprotettori (tappi e cuffie).

Alla luce della nuova classificazione dei DPI e, quindi, dal 21 aprile 2018, il datore di lavoro deve essere in grado di dimostrare di aver addestrato il personale anche all’utilizzo degli otoprotettori.